Requiem per me stessa
Alla fine è stata una gara per la
sopravvivenza.
C’ero io e c’era la mia voglia di non esserci più.
Ho cercato di annullarmi, di nascondermi, di negarmi.
Ma alla fine sono sempre ri-emersa, evidenziata da sguardi, da parole, da
pensieri.
E per ogni sguardo, ogni parola, ogni pensiero io mi illuminavo, come un faro,
segnalando la mia presenza nonostante tutto.
Ero una bambina molto
allegra, dicono.
Nelle cassette fatte da amici e parenti sembro proprio così, una bambina allegra
e solare.
Io però non me lo ricordo, quindi non lo so.
Davvero, non ho quasi ricordi di quel periodo, e quelli che ho sono quelli che
ogni bambina potrebbe avere, fatti di regali di natale, serate con la nonna e
cartoni animati in tv.
Poi è cambiato qualcosa.
Per certo non so dire quando, ma sono arrivati i cambiamenti.
Ho pochi ricordi anche di quel periodo, ma stavolta sono ricordi che poche
bambine, spero, abbiano a loro volta.
Ci sono io, con mia sorella di appena due anni, sotto al letto, in un angolino
cercando di ripararsi le orecchie ed il cuore dalla lite in corso poche stanze
più in là.
Io che assisto alla furia di mio padre e che rompe un piatto, io che vedo mamma
piangere, io che la vedo andarsene di corsa, io che assisto a scene cui non
avrei mai voluto assistere e mia sorella nemmeno, anche se forse lei –spero-
forse lei nemmeno ricorda.
Penso che lì già qualcosa abbia cominciato a cambiare.
Non ho la pretesa di essere tanto distaccata da quella fase da poterne fare un
resoconto, una analisi oggettiva.
Però ricordo bene quando tutto è effettivamente cambiato.
Quell’ultima volta in cui mamma se n’è andata. Io tornavo dalla palestra –odiosa
pallavolo- in bici e lei se ne andava via, forse piangendo ma non sono sicura,
lei mi ha visto e mi ha detto qualcosa del tipo che sarebbe stata un po’ via.
Tre giorni, penso. Non è tornata per tre giorni. Poi ho saputo che era dalla
nonna, ma sul momento ero preoccupata a morte.
Poco dopo c’è stata la separazione. Non ricordo il trasloco, che è stato in
estate, e penso che abbiano spostato tutto quando io e mia sorella eravamo via
in vacanza, per farcelo pesare meno.
Però ricordo che babbo ha abitato nella casa di campagna per un po’ e mi ricordo
che era strano.
E’ stato quello il momento in cui ho cominciato a rintanarmi nel mio guscio, io,
alta e dinoccolata, tutta gomiti e ginocchia, occhiali a goccia con montatura
scozzese rossa e apparecchio ortodontico ai denti.
Sola.
Quindi ligia ai doveri scolastici.
Quindi ancora più sola.
Alla fine dei tre anni delle scuola medie inferiori ero ridotta ad un grumo di
ossa e pelle scontroso, umiliato e triste.
Parlavo con il registratore perché non avevo nessun altro con cui farlo.
E intanto, in tutto ciò, era arrivata "l'altra".
Sinceramente non so dire come fu introdotta nella nostra vita, ma dato che non
ricordo quel momento come traumatico direi che mio padre è stato
sufficientemente bravo.
Non mi è mai stata antipatica, non ne sono mai stata gelosa, non mi risulta di
aver mai imputato a lei la fine del matrimonio dei miei genitori e se anche l’ho
fatto non devo averci messo molto impegno, dato che non ho ricordi in tal senso.
Non penso che la separazione di mamma e di mio padre abbia costituito un trauma
nella mia crescita.
Probabilmente perché è stato solo un miglioramento della situazione familiare o
perché alla fine di “momenti traumatici” in quella fase delicata non ce ne sono
stati.
Ma va detto che il suo impatto lo ha avuto.
Amo mio padre, davvero molto, ma non lo sento come, penso, una figlia sente il
suo “babbo”.
Avevo dodici anni quando ha cambiato casa e anche prima c’è sempre stato poco.
Da quel momento l’ho visto due o tre volte a settimane, io e mia sorella siamo
cresciute e lui, della nostra crescita, ha visto –e vede- solo una minima parte.
Non ci conosce così come noi non conosciamo lui.
Indubbiamente questo ha avuto il suo peso nella mia formazione ma non mi
dilungherò sulle questioni psico-sociologiche della mancanza della figura
paterna.
Certo è che in quel momento di svolta non ero più nemmeno l’ombra della bambina
allegra che si vede ridere e parlare nelle vecchie videocassette.
Non ho avuto un’adolescenza
peculiare.
Non ho la presunzione di dire una cosa del genere.
Ma, per me, nel mio piccolo mondo, è stata dura.
Quando il guscio si è rotto ero come un rapace appena nato, stordito e non
autosufficiente ma con gli artigli già pronti a graffiare ed intenzionato a
farlo.
Così è nata quella parte di me che ancora mi da problemi e di cui, in realtà,
vado oltremodo fiera.
Quella parte scettica, cinica, gelidamente sarcastica, acida e graffiante, la
parte che chiunque venga a contatto con me, almeno i primi tempi, deve
sopportare.
Erano ancora troppo aperte le ferite lasciate dalle spade di cui solo i
dodicenni dispongono perché potessi permettere a chiunque di avvicinarmi senza
dover superare una prova.
Poi sono arrivati gli amici e la fiducia in me stessa ha iniziato a nascere, più
che a crescere.
La persona che Neri ha conosciuto era così come l’ho appena descritta.
E lui è stato il mio unguento sulle ferite, i guanti per le mie unghie e il mio
supporto per le mie gambe ancora troppo deboli.
E, al di là di ogni presunzione, posso dire di essere stata lo stesso per lui.
Stavamo così, intrecciati fitti per paura di cosa sarebbe potuto capitare se ci
fossimo allontanati ed io mi sono ricostruita su quello stampo.
Ma è finita.
Così.
E ancora la cera non si era freddata, era ancora troppo
fluida perché potesse stare insieme da sola e sono crollata a terra in un lago
di niente.
Non è stato qualcosa di diverso rispetto alle esperienze che ogni ragazza fa, a
quella età.
Ma per me è stato decisivo.
Non sono rimasta lì ad annegare in me stessa, non per troppo tempo almeno.
Alla fine mi sono alzata sulle mie gambe malsicure e ho proseguito il cammino,
ma la forma presa non era più modificabile.
Sono cambiata.
Piano.
Non so dire in che modo, ma la persona che Neri ha conosciuto di nuovo, due anni
dopo, era diversa da quella che aveva lasciato a terra due anni prima.
Non parlerò di quello che è
successo in quei mesi.
Chi lo sa lo sa.
Ma è stato come aggrapparsi ad un filo ed essere portata su e ancora più su, per
poi vedere il filo reciso e solo chilometri in caduta libera sotto ai piedi.
Lì è arrivato il nero.
E’ partito da dentro.
Ha intaccato il fulcro del mio essere e poi, come un cancro, si è espanso al
resto del corpo, insinuandosi nel sangue, nei muscoli, nelle ossa, fino a
raggiungere lo strato più esterno della mia epidermide e lì ero ormai perduta.
Ricolma di crepe stillanti sangue e dolore, vuota e scheggiata come un vaso ho
cercato di riempirmi in ogni modo attingendo da altri, succhiando e
prosciugando, senza voltarmi mai indietro.
Alla fine di me non è rimasto più niente.
Dopo la corruzione della carne è giunta quella dell’animo e allora non vedevo e
non sentivo che nero, ovunque.
I miei vestiti, i miei capelli, nero solo nero.
Mi sono accartocciata come consumata da una fiamma, carbonizzandomi e cadendo
poi a terra come cenere.
E la fiamma è stata lenta.
Ci sono voluti anni per ardermi tutta, per mettere a nudo gli strati più interni
di me e sentirli crepitare insieme alle mie grida di dolore.
Ogni giorno mi svegliavo sentendomi morire ma ancora viva e ad ogni respiro
erano aghi quelli che mi trafiggevano i polmoni e la gola, il ventre ed il
cuore.
L’ultima vampata è stata la peggiore.
Ultimi mesi ormai di follia rasentata, unico placebo quello dato da poche
persone a me care che mi hanno guardata accartocciarmi sperando intensamente che
ci fosse ancora tempo per salvarmi.
Poi ero finita.
Niente più carne da bruciare, niente più sangue rappreso da consumare, nessun
tizzone annerito rimasto.
Solo cenere.
E poi sono risorta.
Sono dovuta morire per poter continuare a vivere.
E, sinceramente, nonostante tutto, non mi pento di nulla.
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